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È politica, è Roma

“Non è politica, è Roma”. È tutto racchiuso in questa (maledetta) frase, in questo (inadatto) slogan elettorale che ha sminuito fin dall’inizio il ruolo della politica in questa grande vicenda che ha visto Roma Capitale protagonista inconsapevole. Perché, vedete, per una come me che si sente fieramente iscritta ad un partito e che da anni ne tiene in tasca la tessera, questi due anni sono stati innanzitutto questo: mancanza di politica.

Non mi si dica che me ne potevo accorgere prima o peggio che è facile dirlo ora che è tutto finito. Chi mi conosce bene, chi ha ascoltato i miei interventi pubblici, chi legge le cose che scrivo, lo sa bene come la penso fin da quel 1 luglio del 2013, giorno in cui ho fatto il mio primo ingresso nell’aula Giulio Cesare. Un’emozione dirompente, a 25 anni la più giovane eletta in consiglio comunale, con un peso di quasi 4000 voti sulle spalle. 

E tante cose le abbiamo fatte davvero. Prima fra tutte il ripristino di una legalità contabile, che potesse dare alla città la certezza di essere amministrata con una vera programmazione e non spendendo denaro nei cosiddetti “dodicesimi” di Alemanniana memoria. Ma dialogo e ascolto, organizzazione e partecipazione, l’impegno per un progetto comune, tutto questo ci è mancato o vissuto a fasi alterne o peggio ancora a convenienza. 

Troppo spesso noi consiglieri comunali abbiamo parlato senza essere ascoltati. Troppe cose si è provato a raddrizzare in un percorso che si stava ingarbugliando su se stesso o peggio che non avrebbe avuto il consenso della città. Troppe volte ci siamo trovati nella condizione di dover studiare e analizzare atti in breve tempo, di dover votare di corsa perché era alle porte la scadenza delle scadenze o perché qualcuno si era scordato di portare prima l’atto. 

Tutto questo lo dice chi non si è mai sottratta al dialogo e al lavoro, chi ci ha sempre provato a mettere la faccia, provando a sistemare le cose in nome di un impegno che si era presa con la città, prima ancora che con Marino. Le vicende sono note: con l’inchiesta di Mafia Capitale abbiamo affrontato i momenti più difficili, sfidando a testa alta chi ci diceva che eravamo “tutti come Buzzi” o peggio “rappresentanti della Mafia in questa città”. Non mi reputo una eroina, sia chiaro. Metterci la faccia in prima persona non mi ha mai spaventato, anzi. Soprattutto in questo momento, in cui da giorni stiamo ricevendo mail di minacce e insulti da chi non è colto dal benché minimo dubbio e pensa di avere tutte le certezze in tasca, da chi preferisce darmi del “Giuda” e augurarmi la “sterilità per il bene dell’umanità che certi geni non vanno trasmessi”.

Ora più che mai penso sia stata la cosa migliore che ho fatto in questi due anni, ero convinta che dare una mano in questo senso potesse aiutare, soprattutto a raccontare diversamente le nostre azioni, i nostri atti. Non è bastato e di questo me ne rammarico. Mi rammarico che molto non è stato capito e che ora la divisione sia tra accoltellatori, esecutori e martiri. Si è detto che si poteva, anzi doveva, trovare un confronto tra Marino e le forze di maggioranza e anche andare in Aula Giulio Cesare. Giusto, lo penso anche io. Con tutti i rischi che avrebbe comportato, offrire l’ennesimo siparietto indecente alla peggiore destra di questa città unito al vento grillino e populista. Ma anche con l’opportunità di spiegare davvero nella casa di tutti i romani quello che stava accadendo. Non è stato possibile però, perché il confronto richiesto da Marino con le forze della sua maggioranza in tante interviste poi non si è mai seriamente cercato e concretizzato. La richiesta arrivata in extremis è stata anche ben accolta dal gruppo del Pd, che non si sarebbe sottratto a quel dibattito. Salvo poi, due ore dopo quella richiesta, arrivare al ritiro delle sue dimissioni che ha cambiato ulteriormente il quadro che avevamo davanti, riazzerando il count down di questi giorni e facendo ricominciare un teatrino stucchevole che davvero poco mi appassiona. 

Le condizioni politiche per andare avanti non c’erano già 20 giorni fa e questo è stato ribadito più volte. La svilente “questione degli scontrini” è l’ultima buccia di banana su cui è scivolato Ignazio Marino. Che, consentitemelo, anche in questo caso, come fu per la “questione multe”, non ha mai saputo raccontare in un’unica verità. Dichiarazioni febbrili, conferenze stampa in cui si dice che non c’è niente da temere perché tutto è stato chiarito e poi nascondere l’iscrizione nel registro degli indagati a quel consesso di persone che stava provando a capire come trovare una via d’uscita onorevole. 

Non avremmo mai voluto votare una mozione di sfiducia con i personaggi che hanno scritto quelle brutte pagine di storia con Alemanno. Abbiamo preferito lo strumento delle nostre dimissioni, la firma più dolorosa della mia vita, ma necessaria. Necessaria per questa città, che si aspettava un vero cambio di passo, di essere coinvolta in tutta la sua complessità, da governare con amore e passione, senza acuire divisioni. 

Ora si può solo ripartire e guardare avanti. L’ho già detto. Questo Partito Democratico ha un immenso patrimonio a sua disposizione, donne e uomini capaci e instancabili che si sono già messi a disposizione di un processo di cambiamento. I loro sforzi, il loro lavoro, ma soprattutto i loro risultati non devono essere vanificati. Al Pd spetta il compito di farne squadra di governo, classe dirigente utile per questa nostra città. È politica, è Roma prima di ogni altra cosa. Ricordiamocelo sempre!